La legge costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1, che ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione, ha riconosciuto un nuovo ed evidente rilievo alla tutela dell’ambiente, sia rispetto ai Principi fondamentali e sia in relazione ai rapporti economici.
Così, il nuovo comma 3 dell’art. 9 Cost., nel prevedere che la Repubblica (dunque, tutti gli enti della Repubblica) “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”, detta un principio generale di azione degli Enti pubblici improntato alla protezione dell’ambiente affinché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata anche a fini sociali e
ambientali.
La modifica dell’art. 41 Cost. (in particolare, del secondo comma: Art.41 Cost. “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”), pure in assenza di una normativa aderente, lascia intravedere addirittura una modifica dello scopo dell’impresa: non solo la massimizzazione del profitto, ma verrebbe a includere la sostenibilità o la responsabilità sociale d’impresa.
Questo nuovo quadro giuridico, contrariamente a quanto si è pensato sino ad ora, attribuisce una legittimazione ad agire a tutela dell’interesse ambientale anche ai Comuni.
La novità può cambiare gli scenari in relazione al contesto post autorizzativo e alle relative rivendicazioni.
A riguardo, appare interessante la pronuncia del Tar Veneto (ord. n. 1170 del 18.7.2022) il quale, richiamando proprio l’art. 9, co. 3 Cost., rafforza la legittimazione del Comune ad agire a tutela del proprio territorio.
In questa situazione di “vacatio” legislativa, di merito, pertanto, i soggetti istituzionali con prerogative correlate al processo autorizzativo dovrebbero innanzitutto agire in nome del “principio di precauzione”, invece di continuare ad alimentare quella che oramai è una evidente “elusione” dei principi ed enunciazioni costituzionali, insite negli art, 9 e 41 Cost..
Tuttavia, la riforma costituzionale summenzionata si inserisce in una situazione attuale di irrazionalità politico/economica, un prodotto diacronico determinato dagli episodi e circostanze che si sono susseguiti negli ultimi 15 anni.
Questa “tempesta perfetta” è stata provocata da un insieme di normative comunitarie, leggi nazionali e provvedimenti regionali in nome della transizione energetica che il nostro Paese ha avviato sotto la spinta frettolosa e anche ideologica dell’Europa.
Alexis de Tocqueville nel suo volume “Democracy in America” scritto nel 1835 sosteneva che “ il mondo appartiene a coloro i quali possiedono la maggior quantità di energia”, parole quanto mai attuali.
Nel nostro Paese invece dal governo Monti in poi, anche sulla spinta emozionale determinata dall’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon, si è assistito ad un continuo attacco alle fonti di energia, iniziata con l’aumento da 5 a 12 miglia marine dell’area interdetta a nuove attività e il blocco dei nuovi e vecchi permessi hanno avviato un percorso punitivo e anacronistico.
A fronte di un fabbisogno nazionale annuo attuale di 61 miliardi di metri cubi di metano in dieci anni si è passati da una produzione interna di quasi 8 miliardi di metri cubi ai 2,7 di fine 2023, e nel frattempo si sta importando via nave il gas liquefatto di origine “shale” prodotto negli Usa, non proprio un toccasana climatico.
Una strategia di politica energetica miope, ideologica e suicida.
L’Italia oggi riceve molto gas dall’Algeria e dall’Azerbaigian e dai terminali di rigassificazione del Gnl: quello di Ravenna entrerà in funzione ad aprile. Gli stoccaggi, inoltre, sono pieni all’80%.
Una boccata di ossigeno alla richiesta di energia non verrà di certo dalla società “Odra” o dalle altre aziende del settore FER ma al contrario dall’Eni. La società italiana ad agosto ha avviato nel Canale di Sicilia la produzione del giacimento Argo-Cassiopea, (riserve stimate in circa 10 miliardi di metri cubi) il più importante progetto di sviluppo a gas sul territorio italiano, con un ruolo centrale nella strategia in chiave di sicurezza energetica e come fonte a basse emissioni.
La guerra in Ucraina, inoltre, ha avuto forti ripercussioni sui mercati dell’energia e ha suscitato preoccupazioni anche per la sicurezza dell’approvvigionamento nazionale, ebbene, in quella situazione di difficoltà il settore delle rinnovabili non è riuscito a supplire minimamente ai bisogni contingenti.
Tutti i miliardi spesi in incentivi a favore della produzione, quasi 12 miliardi ogni anno, sono serviti solo ad aumentare i profitti delle aziende senza alcun beneficio per la collettività.
È grave che questi soldi finiscano per finanziare opere contrarie alla volontà delle comunità producendo impatti sociali negativi.
Le tante “vituperate” società di produzione e stoccaggio di idrocarburi e persino il carbone hanno dato la necessaria continuità al sistema per alimentare gli ospedali, le scuole, gli uffici, le industrie e le abitazioni dei cittadini, evitando che il nostro Paese sprofondasse in una sorta di medioevo energetico.
Il definitivo colpo da ko al nostro sistema di produzione e approvvigionamento di energia “tradizionale” è stato organizzato e messo in opera con la stesura del “Pitesai”, normativa voluta dai Cinque Stelle ai tempi dei governi Conte per bloccare ogni sfruttamento delle riserve italiane, entrato in vigore nell’autunno 2021 con il governo Draghi.
Ma il 12 febbraio 2024 il TAR Roma, annulla il “Piano” approvato sottolineando incongruenze nelle modalità attraverso le quali l’allora ministero della Transizione ecologica aveva individuato le aree idonee senza basarsi su una «preventiva valutazione sito-specifica delle singole situazioni», ma procedendo «a una individuazione di tipo residuale, applicando, sul territorio interessato dal Piano, una serie di fattori escludenti prestabiliti in via generale, astratta e trasversale”.
Con queste righe i giudici amministrativi mettono in evidenza un miscuglio di incompetenza e pressappochismo che è alla base di una visione distorta e ideologica del fenomeno.
Questo scellerato attacco alle risorse minerarie nazionali ha poi determinato questa situazione di incertezza normativa, forse creata ad arte, per favorire solo ed esclusivamente le aziende del settore rinnovabili.
Ne è la prova lampante il comma 6°, del noto art. 20, del decreto legislativo n. 199/2021, secondo cui “nelle more dell’individuazione delle aree idonee, non possono essere disposte moratorie ovvero sospensioni dei termini dei procedimenti di autorizzazione”; la preziosa chiave che ha aperto la porta del tesoro, smeraldi e rubini sotto forma di miliardi di euro alle aziende sotto forma di incentivi alla produzione di cui non si è tenuto adeguatamente conto.
Questo comma è un vestito perfettamente cucito sulle “esigenze” delle aziende di settore. Roba da far invidia al compianto Mario Caraceni, decano dei sarti milanesi.
L’enorme numero di progetti di impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili (5.678 al 31 marzo 2024) ha già ampiamente superato il target previsto a livello comunitario al 2030 (oltre 336 GW rispetto ai 70 GW concordati).
Questo “assalto” è figlio del lauto sistema degli incentivi alla produzione che spinge le aziende a presentare una fiumana di progetti di scarsa qualità, intasando gli uffici autorizzativi.
Le soprintendenze stanno facendo un lavoro necessario fronteggiando una “ondata anomala” di richieste che dovranno per forza essere vagliate e scremate. È plausibile pensare che molte richieste siano bocciate perché correlate ad istanze carenti dal punto di vista progettuale.
È invece quasi la norma che le Commissioni, mostrandosi molto accomodanti, chiedano alle aziende di integrare la documentazione mancante o inesatta. Ne è l’esempio “l’ipotesi di progetto” presentato da Odra energia Srl, lacunoso e povero di certezze sia tecniche che progettuali, come d’altronde la maggior parte dei progetti Offshore in itinere.
Ambienti lobbistici vicini al settore delle rinnovabili accusano le soprintendenze come uniche responsabili delle mancate autorizzazioni ma questo è un mezzo per distorcere la realtà dei fatti in un “attacco funzionale a smantellare gli unici uffici dello Stato ancora capaci di tentare di salvare l’ambiente e il paesaggio vista la trasformazione del ministero dell’Ambiente in un ente a servizio della produzione di energia”.
Il procedimento autorizzativo del progetto “Odra Energia” ha delle fosche similitudini con il progetto “Ombrina Mare”, che fu un vero e proprio “Vietnam” procedurale per la Commissione del Ministero dell’Ambiente.
Però nel 2021 si arriva al top, il governo Conte (uno tsunami per il nostro Paese), “per fare gioco al sistema” si inventa il Decreto “Semplificazioni-bis”, il quale prevede delle semplificazioni procedurali e l’istituzione della “Soprintendenza speciale”, un vero e proprio commissariamento del Ministero dei Beni Culturali.
All’orizzonte però si intravedono le prime crepe in seno a questa sorta di “moloch” ideologico e affaristico.
La presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde, appena eletta ed espressione del cosiddetto “Campo Largo”, coalizione politica che ha votato e promosso in modo convinto e quasi coercitivo le politiche del Green Deal e i suoi utopistici obiettivi ha iniziato a parlare di “sviluppo armonico”.
Nel momento in cui si è trovata di fronte alle 831 richieste di allaccio a Terna si è resa conto che l’eventuale autorizzazione dei relativi progetti avrebbe devastato irrimediabilmente il territorio sardo e, come un “negazionista” qualunque, ha affermato alla stampa; “In questo momento c’è un far west e un vuoto normativo, abbiamo preso del tempo per mettere delle regole e per poter negoziare con lo Stato”, così ha spiegato l’obiettivo dello stop per 18 mesi degli impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili in Sardegna.
La legge, poi, è stata impugnata dal governo per conflitto di attribuzione in agosto dello scorso anno.
Pur tuttavia, il coraggio e la presa di coscienza della presidente ha dato un segnale di discontinuità dal pensiero dominante.
Coraggio che è mancato invece alla Giunta della Regione Puglia che in modo quasi pilatesco rimane tuttora in dolce e forse “interessata” attesa, limitandosi a lusingare i probabili attori in campo con ipotetiche compensazioni e legiferando in tal senso solo quando il territorio è oramai saturo di impianti eolici e fotovoltaici.
Nondimeno, la Corte Costituzionale ha negato la retroattività della norma agli impianti esistenti, svuotando di fatto il provvedimento nella sostanza. Erano scesi persino in cantina in mezzo alla polvere per ripescare una legge del 2004 (legge Marzano) approvata dal quarto governo Berlusconi, già innovativa, ma ignorata dai governi di centro sinistra che si sono susseguiti in regione.
Una maggioranza ancora silente che svicola, traccheggia e non si espone. L’unica figura istituzionale della maggioranza in Regione che si è semplicemente permessa di ricordare che “il progetto Odra confligge con la pianificazione regionale” è stata l’ex Assessore Anna Grazia Maraschio, poi “coerentemente” destituita.
Il Presidente Paolo Pagliaro, uno dei primi ad affrontare questo tema, ha avuto invece il coraggio di prendere posizione contro la speculazione a danno del nostro territorio e da quella che somiglia sempre di più ad una arrembante azione di pirateria industriale.
Come Movimento Regione Salento, inoltre, denunciamo da tempo e in tutte le sedi queste anomalie ma andiamo a sbattere contro un “muro di gomma”, una complessa “sovrastruttura” che vede assieme settori della politica, dei media e giornali, associazioni di categoria, lobby di settore e alcune associazioni ambientaliste, tra queste Legambiente, una vera e propria fiancheggiatrice delle aziende del settore rinnovabile. L’intervista di alcune settimane fa su un noto giornale regionale del Pres. Nazionale di legambiente Stefano Ciafani la poteva benissimo rilasciare il responsabile marketing di “Odra Energia”; i contenuti e il messaggio sarebbero stati gli stessi.
La diffusione del batterio patogeno della Xylella, inoltre, ha ulteriormente “facilitato” il lavoro dei ‘cacciatori’ di contratti delle società che speculano sulla conversione di vento e sole in energia elettrica. Il nostro Paese rischia di diventare una riserva di caccia delle multinazionali che neanche più si curano di mascherare i loro intenti.
Ma noi, con caparbietà, continueremo a dialogare con il territorio nelle sue variegate espressioni democratiche cercando di creare i presupposti per veicolare informazioni utili ai cittadini.
Come pure continua il nostro impegno nel supportare e affiancare le Amministrazioni Comunali per evitare e contrastare possibili atteggiamenti rinunciatari.
Ribadiamo, pertanto, come MRS la nostra ferma contrarietà a procedere in ordine sparso e caoticamente, senza una attenta valutazione costi/benefici degli impatti, delle soluzioni e delle tecnologie oggi disponibili.
Siamo favorevoli ad una “eventuale” transizione energetica equa, razionale e di buon senso, il nostro impegno ed attivismo non è in modo aprioristico contro qualcosa o qualcuno in particolare ma a favore del nostro territorio, della nostra radicata identità territoriale.
Il nostro impegno è solo ed esclusivamente in considerazione delle reali necessità e diritti dei cittadini.
di Domenico Serrone Responsabile Dipartimento Energia e Transizione Energetica del Movimento Regione
Salento
